lunedì, 29 settembre 2008
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categoria:politica, sinistra, comunicazione, rifondazione
giovedì, 18 settembre 2008

La Rai trasmetta ''Invisibili'', dedicato alla strage della Thyssen, su una rete generalista


Cara Rai,

ci è capitato di vedere, nel corso di una iniziativa promossa dall’associazione Articolo21, il  film “Invisibili, cosa e morto con i ragazzi della Thyssen” dedicato alla tragedia di Torino e realizzato da un canale televisivo che porta le insegne della Rai, cioè RaiSat Extra. “Invisibili” è un programma costruito attraverso la trasposizione drammaturgica di un’inchiesta giornalistica sui fatti realmente accaduti quella notte maledetta, tra il 5 e il 6 dicembre quando il fuoco ha cancellato le vite di sette operai.

Tre attori, Paola Cortellesi, Claudio Gioè e Valerio Mastrandrea, hanno fatto una lettura teatrale all’Ambra Jovinelli del testo del reportage – scritto per il quotidiano la Repubblica dal suo direttore Ezio Mauro. E’ da questa performance in palcoscenico, organizzata a scopo benefico dal teatro romano per raccogliere fondi a favore dei familiari delle vittime, che ha preso spunto il programma televisivo...

Si tratta di un lavoro crudo e drammatico, asciutto e breve, in grado di suscitare un’immedesimazione profonda in chi vede e ascolta. E’ costruito attraverso l’integrazione di linguaggi diversi: la musica, le voci vere provenienti dall’inferno, la parola recitata, la cronaca, le testimonianze.

Un’opera priva di retorica, che mette i brividi e dalla cui visione non si esce senza un sussulto della coscienza. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in uno specifico messaggio dedicato al programma, lo ha definito “una testimonianza dal forte impatto emotivo, che contribuisce al doveroso impegno a non dimenticare”.

Questo documento, sino a oggi, è stato trasmesso solo dalla rete che lo ha realizzato. Vi chiediamo di programmarlo anche in orario di grande ascolto, sulle reti generaliste, per consentire a milioni di italiani di poterlo vedere e dunque di poter provare lo stesso shock e la stessa indignazione che abbiamo provato noi.

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domenica, 14 settembre 2008

Morire sì, non essere aggrediti dalla morte…Morte non mi ghermire, ma da lontano annunciati e da amica mi prendi come l’estrema delle mie abitudini

V.Cardarelli


Ogni volta che si deve decidere se intervenire per interrompere una vita che non sembra più degna di chiamarsi tale, scoppia un caso nazionale che coinvolge i mass media in estenuanti discussioni, con grande ricorso ai cosiddetti esperti (possibilmente uno a favore ed uno contro). Come sempre accade quando i problemi vengono affrontati in maniera fortemente ideologizzata, nessuno sembra veramente preoccuparsi del fatto che siano interessate delle “persone” concrete. Tuttavia solo una piccolissima parte della popolazione (si parla di circa 3.000 persone) è interessata, per fortuna, a questo problema.

Più strano appare invece il totale disinteresse verso la morte naturale, che riguarda al contrario, prima o poi, l’intera popolazione.

Non so se avete notato che nessuno muore più; almeno a sentire i telegiornali esistono solo persone “scomparse”. Dunque, semplicemente, ad un dato momento scompariamo : la morte è stata finalmente eliminata dalla nostra vita! Ospedalizzata, disinfettata e soprattutto nascosta perché non turbi la nostra ferrea organizzazione del tempo, non laceri l’incerto confine interiore tra il nostro essere produttori e consumatori, non ci faccia venire dubbi sulla sensatezza del modello di vita che ci viene imposto.

I morti, per definizione, sono del tutto improduttivi; i moribondi, i malati terminali o semplicemente gli anziani che si avviano alla fine della loro vita, fastidiosi fardelli di cui liberarsi nella maniera più igienica (ma sempre inneggiando alla difesa della vita).

La cosa più curiosa è che a parole, prescindendo da posizioni ideologiche e religiose, tutti si dichiarano contrari all’accanimento terapeutico e desiderosi di tutelare la dignità della persona.

Vediamo perché questo non accade.

La maggior parte delle morti avviene ormai in ospedale. L’ospedalizzazione forzata ed indiscriminata rappresenta di fatto la negazione della morte come estrema esperienza di vita. Ciò che è deciso e gestito dai tecnici infatti è di per sé qualcosa che ci è sottratto come esperienza. Tale è l’orrore della nostra società per la decomposizione fisica, la malattia e i suoi annessi, che la cosa è accettata ormai come inevitabile. Morire a casa tra i propri cari, tra le proprie cose, senza inutili terapie è considerato a dir poco un’originalità, anziché un elementare diritto.

Chiunque ha visitato un reparto di rianimazione, sa che il malato è completamente solo e i parenti possono vederlo solo attraverso un vetro. Se è vero che si nasce e si muore soli, quale modo migliore per evidenziarlo!

Ma anche chi muore in un reparto normale, con la possibilità di avere vicino una persona cara,viene sottoposto spesso a inutili torture (…volevo dire terapie…); io stessa, mentre ero vicina ad una vecchia zia che si stava spegnendo dolcemente, quasi addormentandosi, ho assistito esterrefatta e impotente al pronto intervento di un medico che le ha fatto una siringa, credo un cardiotonico, che ha inutilmente protratto l’agonia per altre 2 o 3 ore, facendola soffrire ed agitare.

Circola la leggenda metropolitana secondo cui i medici farebbero di tutto per non far morire i pazienti nel loro turno ed avere quindi statistiche più favorevoli. Questo, anche se la sanità italiana ci ha abituato a tutto, mi sembra a dire il vero poco credibile.

Se poi qualcuno, spinto da amore filiale, decide di far morire il proprio anziano genitore ormai incurabile a casa nel suo letto, vive un’esperienza simile alla clandestinità, con il medico di famiglia che raccomanda di non chiamarlo altrimenti è costretto a disporre il ricovero in ospedale (stiamo parlando ovviamente di persone non più curabili)!

Parafrasando una frase famosa, potremmo dire che la morte è una cosa troppo seria per lasciarla gestire ai medici, che, una volta accertato il punto di non ritorno, dovrebbero dare invece il loro indispensabile e prezioso aiuto per garantire il minimo di sofferenze e il massimo di serenità.

Riappropriarsi della morte, che purtroppo ci riguarda tutti, è secondo me una grande battaglia di civiltà, perché significa rivendicarne la dignità, che è la dignità stessa della vita.

Mimosa M.

postato da: prccheguevara alle ore 01:48 | Permalink | commenti (1)
categoria:cultura, politica, democrazia, eutanasia, commento, civiltà, laicità, ricerca scientifica
mercoledì, 03 settembre 2008
L’intolleranza sceglie ancora piazza Bellini per manifestarsi, questa volta, contro due giovani lesbiche. Accadde a fine agosto dello scorso anno quando alcuni gay vennero dileggiati e minacciati da un folto gruppo di tracotanti «maschi» armati di catene e mazze di baseball. È accaduto qualche sera fa quando un uomo ha scagliato sul volto di una delle due ragazze un bicchiere di vetro per fermare, così, un bacio saffico.
L’inaudita aggressione ha giustamente scatenato reazioni a raffica. I primi a insorgere sono stati i rappresentanti delle associazioni gay. Arcilesbica ha espresso, in una nota, «seria preoccupazione verso l’indifferenza generale nei confronti di un conflitto sociale che viene incalzato e legittimato da una politica nazionale che troppo spesso esprime intolleranza verso ogni manifestazione dell’altro».
Arcigay sostiene che l’episodio «è il sintomo inequivocabile che esiste un’emergenza omofobia a Napoli». L’Associazione «Ken onlus» invita i napoletani «a vigilare sulla piazza e a proteggere chi ancora subisca una violenza, chiamando tempestivamente polizia o carabinieri».
A sua volta indignato, l’assessore comunale alle Politiche Sociali, Giulio Riccio, scrive: «Non dobbiamo commettere l’errore di considerare questa aggressione solamente un episodio isolato, anche se grave. Le aggressioni omofobe a Piazza Bellini avvengono sistematicamente. Inoltre non si può far restare impuniti tali atti, scoraggiandone la denuncia. Vi è il rischio, infatti, di legittimare atti di violenza che mettano a rischio l’incolumità e la sicurezza di gay, lesbiche e trans».
Anche secondo Tommaso Fonzo (Rifondazione) «gli effetti delle politiche governative si fanno vedere e sentire». «Via i gay da piazza Bellini. A settembre questa piazza deve essere ripulita» urlarono a fine agosto dello scorso anno i centauri neofascisti facendo roteare catene. La società civile insorse. Esattamente un anno dopo una mano omofoba si è accanita contro due giovani lesbiche. E forse resterà impunita.
martedì, 02 settembre 2008

La replica di Ramon Mantovani all'articolo di Repubblica.

Un buon antidoto al veleno della disinformazione.

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categoria:politica, pace, sinistra, guerra, giornalismo, , informazione, farc, democrazia, imperialismo, civiltà, colombia