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categoria:politica, sinistra, comunicazione, rifondazione
La Rai trasmetta ''Invisibili'', dedicato alla strage della Thyssen, su una rete generalista
ci è capitato di vedere, nel corso di una iniziativa promossa dall’associazione Articolo21, il film “Invisibili, cosa e morto con i ragazzi della Thyssen” dedicato alla tragedia di Torino e realizzato da un canale televisivo che porta le insegne della Rai, cioè RaiSat Extra. “Invisibili” è un programma costruito attraverso la trasposizione drammaturgica di un’inchiesta giornalistica sui fatti realmente accaduti quella notte maledetta, tra il 5 e il 6 dicembre quando il fuoco ha cancellato le vite di sette operai.
Tre attori, Paola Cortellesi, Claudio Gioè e Valerio Mastrandrea, hanno fatto una lettura teatrale all’Ambra Jovinelli del testo del reportage – scritto per il quotidiano la Repubblica dal suo direttore Ezio Mauro. E’ da questa performance in palcoscenico, organizzata a scopo benefico dal teatro romano per raccogliere fondi a favore dei familiari delle vittime, che ha preso spunto il programma televisivo...
Si tratta di un lavoro crudo e drammatico, asciutto e breve, in grado di suscitare un’immedesimazione profonda in chi vede e ascolta. E’ costruito attraverso l’integrazione di linguaggi diversi: la musica, le voci vere provenienti dall’inferno, la parola recitata, la cronaca, le testimonianze.
Un’opera priva di retorica, che mette i brividi e dalla cui visione non si esce senza un sussulto della coscienza. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in uno specifico messaggio dedicato al programma, lo ha definito “una testimonianza dal forte impatto emotivo, che contribuisce al doveroso impegno a non dimenticare”.
Questo documento, sino a oggi, è stato trasmesso solo dalla rete che lo ha realizzato. Vi chiediamo di programmarlo anche in orario di grande ascolto, sulle reti generaliste, per consentire a milioni di italiani di poterlo vedere e dunque di poter provare lo stesso shock e la stessa indignazione che abbiamo provato noi.
Morire sì, non essere aggrediti dalla morte…Morte non mi ghermire, ma da lontano annunciati e da amica mi prendi come l’estrema delle mie abitudini
V.Cardarelli
Più strano appare invece il totale disinteresse verso la morte naturale, che riguarda al contrario, prima o poi, l’intera popolazione.
Non so se avete notato che nessuno muore più; almeno a sentire i telegiornali esistono solo persone “scomparse”. Dunque, semplicemente, ad un dato momento scompariamo : la morte è stata finalmente eliminata dalla nostra vita! Ospedalizzata, disinfettata e soprattutto nascosta perché non turbi la nostra ferrea organizzazione del tempo, non laceri l’incerto confine interiore tra il nostro essere produttori e consumatori, non ci faccia venire dubbi sulla sensatezza del modello di vita che ci viene imposto.
I morti, per definizione, sono del tutto improduttivi; i moribondi, i malati terminali o semplicemente gli anziani che si avviano alla fine della loro vita, fastidiosi fardelli di cui liberarsi nella maniera più igienica (ma sempre inneggiando alla difesa della vita).
La cosa più curiosa è che a parole, prescindendo da posizioni ideologiche e religiose, tutti si dichiarano contrari all’accanimento terapeutico e desiderosi di tutelare la dignità della persona.
Vediamo perché questo non accade.
La maggior parte delle morti avviene ormai in ospedale. L’ospedalizzazione forzata ed indiscriminata rappresenta di fatto la negazione della morte come estrema esperienza di vita. Ciò che è deciso e gestito dai tecnici infatti è di per sé qualcosa che ci è sottratto come esperienza. Tale è l’orrore della nostra società per la decomposizione fisica, la malattia e i suoi annessi, che la cosa è accettata ormai come inevitabile. Morire a casa tra i propri cari, tra le proprie cose, senza inutili terapie è considerato a dir poco un’originalità, anziché un elementare diritto.
Chiunque ha visitato un reparto di rianimazione, sa che il malato è completamente solo e i parenti possono vederlo solo attraverso un vetro. Se è vero che si nasce e si muore soli, quale modo migliore per evidenziarlo!
Ma anche chi muore in un reparto normale, con la possibilità di avere vicino una persona cara,viene sottoposto spesso a inutili torture (…volevo dire terapie…); io stessa, mentre ero vicina ad una vecchia zia che si stava spegnendo dolcemente, quasi addormentandosi, ho assistito esterrefatta e impotente al pronto intervento di un medico che le ha fatto una siringa, credo un cardiotonico, che ha inutilmente protratto l’agonia per altre 2 o 3 ore, facendola soffrire ed agitare.
Circola la leggenda metropolitana secondo cui i medici farebbero di tutto per non far morire i pazienti nel loro turno ed avere quindi statistiche più favorevoli. Questo, anche se la sanità italiana ci ha abituato a tutto, mi sembra a dire il vero poco credibile.
Se poi qualcuno, spinto da amore filiale, decide di far morire il proprio anziano genitore ormai incurabile a casa nel suo letto, vive un’esperienza simile alla clandestinità, con il medico di famiglia che raccomanda di non chiamarlo altrimenti è costretto a disporre il ricovero in ospedale (stiamo parlando ovviamente di persone non più curabili)!
Parafrasando una frase famosa, potremmo dire che la morte è una cosa troppo seria per lasciarla gestire ai medici, che, una volta accertato il punto di non ritorno, dovrebbero dare invece il loro indispensabile e prezioso aiuto per garantire il minimo di sofferenze e il massimo di serenità.
Riappropriarsi della morte, che purtroppo ci riguarda tutti, è secondo me una grande battaglia di civiltà, perché significa rivendicarne la dignità, che è la dignità stessa della vita.
Mimosa M.
La replica di Ramon Mantovani all'articolo di Repubblica.
Un buon antidoto al veleno della disinformazione.